Gennaio 2023


Fabrizio Gambini

 
Alice Borgna, Tutte storie di maschi bianchi morti, Laterza 2022.
Colum McCann, Apeirogon, tr. it. Feltrinelli 2021.

         
 
Cominciamo con due. Questo mese i libri sono due, casualmente letti in parallelo. Sono, rispettivamente, un saggio e un romanzo, anche se, senza dubbio, si tratta di una forma particolare di romanzo.
Alice Borgna guida il lettore con mano sicura; sa dove vuole andare a parare. Lo guida nella selva di un impossibile, di una diatriba accademica disperante e priva di soluzione. La diatriba riguarda gli studi di antichistica; in particolare la messa in discussione dell’insegnamento del greco e del latino in quanto capisaldi di una cultura patriarcale e razzista. Per certi aspetti succede come nella lotta tra israeliani e palestinesi: ci sono, da entrambe le parti, buone e cattive ragioni.
Il libro di Alice Borgna è, nella prima parte, attentissimo alle buone e alle cattive ragioni di entrambe le parti. Ne risulta, ne è risultato per me, una sensazione di disperazione, di impossibilità a situare con certezza il giusto e lo sbagliato e di farlo corrispondere, almeno grossolanamente, a uno dei due schieramenti.
Questo ci porta ad Apeirogon, un poligono dai lati potenzialmente infiniti, che non si sa da quale parte prendere. Lo sanno però Bassan e Rami, le due persone, sì, proprio persone, non personaggi, al centro del romanzo di Colum McCann. Entrambi sanno quel che è scritto su un adesivo incollato al serbatoio della moto di Rami: Non finirà finché non parliamo. Ovviamente, Bassan e Rami sono rispettivamente un mussulmano palestinese e un ebreo israeliano, e sono amici. La loro è un’amicizia nata nel dolore, nata di fronte all’impossibile.
Le buone ragioni degli uni e degli altri mischiate, come in una polpetta impossibile da digerire, alle cattive ragioni, all’odio, all’ignoranza e al gusto per la violenza, si fronteggiano, continuano a fronteggiarsi senza speranza, finché non si riesce a scrivere sul serbatoio della propria moto: Non finirà finché non parliamo.
Ho scelto di inaugurare questa rubrica con questi due libri per una ragione precisa. Anzi, non è esatto. Piuttosto la lettura parallela di questi due libri ha generato un atto, una scrittura, dal quale è scaturita l’idea di questa rubrica.
Come il discorso che organizza il legame sociale, il discorso della psicoanalisi riguarda sia l’individuo nella sua più intima singolarità che le relazioni che regolano la vita dei parlanti della Città.
Freud pensava che la speranza nella fine della guerra “non fosse una chimera”; pensava anche che fosse “improbabile che esistesse qualcuno in grado di domare le inclinazioni più aggressive della natura umana”. Il suo era una specie di pessimismo ottimista. (Apeirogon, p. 35 e S. Freud e A. Einstein, Perché la guerra?, tr. it. Bollati Boringhieri 1997). In effetti la psicoanalisi, ed è questa la ragione che mi ha spinto a questa scrittura, è in grado di temperare l’adesione soggettiva al proprio fantasma e di consentire un allentamento del legame tra l’essere e l’attribuzione che lo qualifica.
Nelle parole di Lacan si tratta dell’impossibile del rapporto sessuale: di un soggetto che non copula col proprio oggetto ma che, privo di quest’oggetto, è impossibilitato a sostenersi, sprofondando così nell’angoscia.
Questa stessa fine, ovvero questa temperanza, quest’allentamento che abbiamo indicato, possibile e perfino auspicabile come esito di una cura psicoanalitica non si produce però sulla scala della Città.
Funziona, in parte, non sempre, nell’uno per uno, ma non sembra capace di produrre modificazioni sostanziali del legame sociale. 

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