Editoriale del mese


Gennaio 2023
 

UNA NUOVA RUBRICA: UN LIBRO AL MESE

di Elena Garritano

Una persona entra nella stanza, la sua domanda è una storia d’amore. Come sempre. Accenna al fatto che vorrebbe sentirsi eccezionale, incredibile, ma non distraiamoci, dice, vuole approfondire la questione dell’amore. Bene, racconta i dettagli di un’intimità a suo dire bizzarra e promiscua e lamenta il fatto che non mi sconvolga, ascolto? Certo, non ho giudizi su quello che fa, è vero, ma non è questo il punto: se sto in silenzio è semplicemente… perché non ho nulla da dire, neanche che più che dalla storia in sé, sono incuriosita dalla narrazione che ne fa ed è, questo sì bizzarro, spudorata. Andiamo avanti per mesi, esplorando vari aspetti ma ad un certo punto, chiedo se teme di non essere credibile. Mi risponde che non sa come e perché, sembra assurdo, ma prova una profonda vergogna, come mai in vita sua. Non tornerà più, dicendo che ha bisogno di una sessuologa per continuare a parlare.
 
Avete mai incontrato dei lettori accaniti? Capita. Descrivono la lettura in termini fisici (es. l’odore dell’inchiostro), ma non si tratta di una storia passeggera, no, loro fanno l’amore con i libri, ne vogliono ancora e ancora, ma non uno qualunque, li scelgono con grande attenzione. E in fondo, non sanno spiegare bene perché leggano. In effetti, la lettura non serve a niente, è questo il punto, non è utile e anzi può essere un po’ faticosa, eppure fa bene perché i libri offrono descrizioni credibili, nel senso che nella finzione, ci dicono qualcosa della nostra verità. Propongono pagina dopo pagina, immagini ricorsive che fanno compagnia mentre cerchiamo di conoscerci un po’, parole significative perché cambiano ciò che già sappiamo, ma non sappiamo quando succede. E ciò che ci appassiona è al di là della storia, la capacità di raccontarla, la sua narrazione, in altri termini, la sua grammatica. Come una buona terapia, dove settimana dopo settimana, si ripetono i dettagli storici, non il modo in cui ci succede di dirli. 
A proposito di grammatica, nel celebre “Come un romanzo” (Feltrinelli, 1993), Daniel Pennac scrive che il verbo leggere non ammette imperativo, come anche i verbi amare o sognare. Ecco, l’imperativo è uno strano modo verbale: nella lingua italiana, è l’unico che posticipa il soggetto. Ogni volta che c’è un ordine, infatti, abbiamo l’impressione che non abbia più senso dire che comunque eravamo d’accordo, non verremo più creduti. L’obbligo ci anticipa e annulla come persone capaci di scegliere. L’imperativo al positivo è un paradosso. Cosa interessante, al negativo, l’imperativo italiano cambia proprio la sua natura, diventando infinito, come il desiderio che nasce da una proibizione. Ecco, ordinare di leggere, qualunque cosa purché si legga, uccide il lettore, come l’obbligo ad amare è una violenza e il “vai a fatti curare da uno bravo” non funziona.
 
Allora, questa nuova rubrica ALI-Torino, “UN LIBRO AL MESE”, che si inaugura con l’inizio del nuovo anno e ci farà incontrare una volta al mese, non è un’esortazione alla lettura, non leggete, per carità… ma scrivetene! Non libri sulla nostra pratica psicoanalitica, non per forza libri di attualità, insomma, semplicemente testi che vi spingono a dire qualcosa, perché cosa resta di una buona lettura se non la possibilità di scrivere ancora?

Rubrica: Un libro al mese


Gennaio 2023
 
Fabrizio Gambini

 
Alice Borgna, Tutte storie di maschi bianchi morti, Laterza 2022.
Colum McCann, Apeirogon, tr. it. Feltrinelli 2021.

         
 
Cominciamo con due. Questo mese i libri sono due, casualmente letti in parallelo. Sono, rispettivamente, un saggio e un romanzo, anche se, senza dubbio, si tratta di una forma particolare di romanzo.
Alice Borgna guida il lettore con mano sicura; sa dove vuole andare a parare. Lo guida nella selva di un impossibile, di una diatriba accademica disperante e priva di soluzione. La diatriba riguarda gli studi di antichistica; in particolare la messa in discussione dell’insegnamento del greco e del latino in quanto capisaldi di una cultura patriarcale e razzista. Per certi aspetti succede come nella lotta tra israeliani e palestinesi: ci sono, da entrambe le parti, buone e cattive ragioni.
Il libro di Alice Borgna è, nella prima parte, attentissimo alle buone e alle cattive ragioni di entrambe le parti. Ne risulta, ne è risultato per me, una sensazione di disperazione, di impossibilità a situare con certezza il giusto e lo sbagliato e di farlo corrispondere, almeno grossolanamente, a uno dei due schieramenti.
Questo ci porta ad Apeirogon, un poligono dai lati potenzialmente infiniti, che non si sa da quale parte prendere. Lo sanno però Bassan e Rami, le due persone, sì, proprio persone, non personaggi, al centro del romanzo di Colum McCann. Entrambi sanno quel che è scritto su un adesivo incollato al serbatoio della moto di Rami: Non finirà finché non parliamo. Ovviamente, Bassan e Rami sono rispettivamente un mussulmano palestinese e un ebreo israeliano, e sono amici. La loro è un’amicizia nata nel dolore, nata di fronte all’impossibile.
Le buone ragioni degli uni e degli altri mischiate, come in una polpetta impossibile da digerire, alle cattive ragioni, all’odio, all’ignoranza e al gusto per la violenza, si fronteggiano, continuano a fronteggiarsi senza speranza, finché non si riesce a scrivere sul serbatoio della propria moto: Non finirà finché non parliamo.
Ho scelto di inaugurare questa rubrica con questi due libri per una ragione precisa. Anzi, non è esatto. Piuttosto la lettura parallela di questi due libri ha generato un atto, una scrittura, dal quale è scaturita l’idea di questa rubrica.
Come il discorso che organizza il legame sociale, il discorso della psicoanalisi riguarda sia l’individuo nella sua più intima singolarità che le relazioni che regolano la vita dei parlanti della Città.
Freud pensava che la speranza nella fine della guerra “non fosse una chimera”; pensava anche che fosse “improbabile che esistesse qualcuno in grado di domare le inclinazioni più aggressive della natura umana”. Il suo era una specie di pessimismo ottimista. (Apeirogon, p. 35 e S. Freud e A. Einstein, Perché la guerra?, tr. it. Bollati Boringhieri 1997). In effetti la psicoanalisi, ed è questa la ragione che mi ha spinto a questa scrittura, è in grado di temperare l’adesione soggettiva al proprio fantasma e di consentire un allentamento del legame tra l’essere e l’attribuzione che lo qualifica.
Nelle parole di Lacan si tratta dell’impossibile del rapporto sessuale: di un soggetto che non copula col proprio oggetto ma che, privo di quest’oggetto, è impossibilitato a sostenersi, sprofondando così nell’angoscia.
Questa stessa fine, ovvero questa temperanza, quest’allentamento che abbiamo indicato, possibile e perfino auspicabile come esito di una cura psicoanalitica non si produce però sulla scala della Città.
Funziona, in parte, non sempre, nell’uno per uno, ma non sembra capace di produrre modificazioni sostanziali del legame sociale. 

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